Quando la pagina “Chi sono” è un curriculum
La pagina si apre con la laurea. Seguono il master, i corsi di perfezionamento, le certificazioni, i congressi come relatore. L’ordine è cronologico. In fondo, qualche volta, una riga sulla passione per il proprio lavoro.
È la struttura che ricorre più spesso nei siti dei professionisti sanitari che leggo per lavoro. Quasi sempre è scritta in un italiano corretto: le frasi funzionano, i termini sono precisi. Se il problema fosse la scrittura, non ci sarebbe molto da dire.
Il problema non è lì.
Cosa fa il paziente davanti a quella pagina
Chi arriva su quella pagina porta un problema, non una griglia di valutazione. Molti pazienti non hanno gli strumenti per distinguere il peso di un master universitario da quello di un corso con attestato. Non conoscono le società scientifiche e non sanno quali congressi contano. Davanti a un elenco di titoli non provano diffidenza. Provano indifferenza: scorrono e passano oltre.
La domanda che li tiene sulla pagina è un’altra. Questa persona capisce il mio problema? Chi convive con un dolore da mesi, o esce da un intervento, cerca un segnale di comprensione, non una prova di erudizione. Il curriculum non risponde a quella domanda. Non perché sia falso o gonfiato, ma perché parla d’altro.
Alla base c’è un equivoco sul destinatario. L’elenco dei titoli finisce per parlare soprattutto ai colleghi, che sono in grado di riconoscerli e valutarli. Il testo diventa una forma di rispetto verso la propria categoria, una dichiarazione di legittimità rivolta a chi condivide lo stesso percorso. È comprensibile. Ma i colleghi non prenotano visite.
Perché succede
Sarebbe comodo liquidare la faccenda come pigrizia. Non lo è.
Il curriculum incollato è ciò che resta quando manca una decisione. Prima di scrivere una pagina “Chi sono” bisogna aver stabilito che cosa il paziente deve capire di te. Una cosa precisa: di quale problema ti occupi davvero e per quale tipo di persona sei la scelta giusta. Decidere significa anche escludere, e questo è il punto doloroso. Finché la pagina resta un elenco, nessuno può obiettare nulla. Nel momento in cui dichiara una posizione, quella posizione diventa discutibile.
In assenza di quella decisione, il curriculum è l’unico materiale disponibile. I titoli esistono già e non richiedono di esporsi. Elencarli sembra la scelta più prudente e professionale. In realtà è la scelta di chi deve ancora decidere, e la pagina lo rende visibile. La confusione non nasce nel testo: il testo la mostra.
Per questo i consigli di scrittura, da soli, non bastano. Gli articoli su come scrivere una bio efficace propongono accorgimenti ragionevoli: usa la prima persona, parti dal paziente, riduci i tecnicismi. Sono indicazioni corrette che agiscono sul sintomo. Se la decisione a monte manca, migliorano la superficie di un testo che continua a non dire niente.
La controprova
Prendi la stessa pagina riscritta da un professionista della scrittura. La prima persona al posto della terza. Un tono più caldo. “Aiuto le persone a tornare a muoversi senza paura.” Il curriculum ridotto a due righe, un accenno personale in apertura. È una versione oggettivamente migliore: più leggibile, più umana.
Eppure, se la decisione manca, anche questa versione è vuota. Dice quello che direbbe qualunque collega. Quale fisioterapista non aiuta le persone a tornare a muoversi? La scrittura migliora, il contenuto no. La pagina passa da un elenco impersonale a una genericità ben scritta, e il paziente che confronta tre siti trova tre variazioni della stessa frase. A quel punto sceglie in base ad altro: la distanza da casa o una recensione trovata su Google.
La correttezza formale non ripara una decisione mancante. Può solo nasconderla meglio.
Da dove si ricomincia
Non da un modello da riempire. Da due domande.
La prima: chi arriva su questa pagina, e in quale momento? Quasi sempre è una persona con un problema in corso, che confronta due o tre professionisti e cerca ragioni per scegliere. Non è un selezionatore che valuta candidature. Il testo deve parlare alla prima, non al secondo. Cambia tutto: il selezionatore vuole completezza, il paziente vuole pertinenza.
La seconda: che cosa deve aver capito, questa persona, quando chiude la pagina? Una cosa sola, precisa. “Si occupa soprattutto di persone operate al ginocchio che vogliono tornare a correre” è una risposta. “È un professionista serio e aggiornato” non lo è: è la conclusione che speri il paziente tragga, non un contenuto che puoi scrivere.
Se rispondere costa fatica, è normale. Significa che il lavoro sta avvenendo nel punto giusto, cioè prima del testo. Molti professionisti scoprono qui di non aver mai formulato con chiarezza, nemmeno per sé, di che cosa si occupano davvero. La pagina era difficile da scrivere perché quella risposta non esisteva ancora.
I titoli rientrano dopo, al servizio della risposta. Il master in terapia manuale non va elencato: va usato come prova di ciò che dichiari. Un titolo che sostiene una posizione informa. Dieci titoli in fila si annullano a vicenda.
Se vuoi capire che cosa comunica oggi il tuo sito e che cosa dovrebbe invece far capire, questo è il lavoro che svolgo nella diagnosi della comunicazione: analizzo i testi esistenti e chiarisco le decisioni da prendere prima di riscriverli.